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Guido Leto era nato a Palermo il 5 novembre 1895, giovanissimo si era laureato in giurisprudenza e aveva vinto un concorso al ministero dell’Interno. Nel 1926 inizia a lavorare con il capo della polizia Francesco Crispo Moncada, con il quale ha in comune l’origine palermitana. Grazie alla conoscenza dell’inglese ottiene il primo incarico importante dopo l’attentato di Violet Gibson contro Mussolini, quando gli è chiesto di raccogliere informazioni a Dublino per verificare se dietro all’evento vi fossero dei mandanti internazionali. Rientrato in Italia, Leto riferisce che la Gibson è solo una squilibrata che aveva agito di propria iniziativa. Dopo il fallito attentato di Gino Lucetti, Crispo Moncada è sostituito dal prefetto di Genova Arturo Bocchini, il fondatore dell’Ovra, con il quale Leto instaura un legame professionale molto forte.
Incarichi di prestigio e una carriera rapida e brillante
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Leto, anche grazie alla conoscenza di lingue straniere, entra rapidamente a far parte dell’Ufficio speciale movimento sovversivo (istituito nel 1925 e rimasto operativo come entità autonoma fino al 1930). Come uomo di fiducia di Bocchini collabora con Michelangelo Di Stefano all’inchiesta per l’attentato a Vittorio Emanuele III del 1928. Durante le indagini è arrestato il gruppo Giustizia e Libertà di cui facevano parte Umberto Ceva, Ernesto Rossi (tra i futuri autori del Manifesto di Ventotene) e Riccardo Bauer. Nel 1932 ottiene la nomina a vicequestore, nel 1936 a questore di seconda classe. Nel 1935 è nominato capo della Divisione Affari Generali e Riservati (DAGR) e alla fine del 1938, già divenuto questore di prima classe, viene scelto personalmente dal capo della Polizia Bocchini (che molti chiamavano il “viceduce”) alla guida della Divisione di Polizia Politica (la Polpol) del ministero dell’Interno per sostituire Michelangelo Di Stefano, morto improvvisamente per un malore. Incarico che manterrà quando, alla scomparsa di Bocchini nel 1940, gli succede Carmine Senise.
Salvato dai Gap entra nella RSI
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Lo scorso anno nella fiction Rai La lunga notte. La caduta del duce gli spettatori hanno assistito a un dialogo tra Dino Grandi, autore della mozione al Gran consiglio del fascismo del luglio 1943, e Guido Leto. Quando il gerarca Grandi ventila l’imminente crollo del regime, il responsabile dell’Ovra ribatte: «L’aria non cambierà mai. Noi siamo lo Stato e lo saremo sempre. Anche senza Mussolini». Un dialogo ricostruito, ma molto fedele alla realtà dei fatti.
Al crollo del fascismo, Guido Leto è braccato dai Gap romani che hanno deciso la sua condanna a morte. Incredibilmente viene salvato da Rosario Bentivegna, amico del figlio. Scampato il pericolo, Leto aderisce alla RSI e assume l’incarico di capo della polizia politica. Astuto e prudente lascia Roma, ma porta l’Archivio dell’OVRA a Valdagno (VI), nei locali delle opere sociali del lanificio proprietà del conte Gaetano Marzotto. Dopo la Liberazione, Leto, intelligente e spregiudicato, sa giocare bene “le sue carte” (quelle dell’Ovra) sia con le nuove autorità sia con gli Alleati. Come riporta Giuseppe De Lutiis, «una volta giunto a Roma, nelle cantine del Viminale l’archivio venne letteralmente saccheggiato per non far figurare nell’elenco dei confidenti i nomi di alcuni personaggi che erano riusciti a rifarsi una verginità democratica». Leto è arrestato nel 1945 e prosciolto da ogni accusa sia davanti alla Commissione di epurazione e sia davanti alla Corte d’appello.
Il tesoro di carta di Guido Leto
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Guido Leto aveva in mano l’archivio dell’OVRA, un pozzo di informazioni delicatissime. Uomo di grande competenza, conosceva bene l’importanza delle informazioni riservate conservate nell’archivio dove erano conservati i segreti del fascismo, i nomi e le azioni di fascisti, antifascisti, scrittori, funzionari, militari. Si trattava di un patrimonio enorme di dati, di grande importanza anche per i servizi segreti Alleati, interessati a conoscere informazioni sulla rete estera al fine di riciclare i segmenti dell’Ovra in funzione anticomunista. Lo storico Mimmo Franzinelli, tra i massimi esperti del tema, afferma che «È lecito ipotizzare un uso ricattatorio dei fascicoli da parte di Leto che si impegnava al silenzio in cambio di garanzie per gli ex appartenenti all’Ovra». È ovvio che quelle carte fossero di grande interesse e «Leto seppe volgere a vantaggio suo e degli ex collaboratori la notevole rendita di posizione che gli derivava dall’essere depositario di segreti inquietanti: del fascismo ma anche di settori importanti dell’antifascismo. Ne ottenne in cambio non soltanto il proscioglimento dalle procedure di epurazione, ma anche il reinserimento suo e di molti ex dirigenti degli ispettorati Speciali ai vertici della polizia politica “democratizzata”».
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A confermare l’importanza di queste carte è lo stesso Leto, che nelle sue memorie scrive: «È d’uopo riportarsi (…) alla pochissimo nota cronaca del trasferimento degli uffici alla Direzione generale della Polizia, dopo l’armistizio, da Roma al “nord”. Chi ha una vaga conoscenza della mole e della complessità degli archivi di un ministero potrà considerare le grandissime difficoltà che si dovettero affrontare e superare. Gli archivi della Polizia, per quanto annualmente alleggeriti degli atti che andavano al macero (pochissimi) e di quelli che erano affidati alla custodia dell’archivio di Stato (pure pochissimi), risalivano alla costituzione del Regno d’Italia ed erano integri dal 1914: trent’anni di carteggi che racchiudevano, sotto certi aspetti e non dei meno saporiti, la storia d’Italia! Il periodo 1922-1944 era, naturalmente, il più ricco».
Guido Leto con orgoglio rivendica il suo operato: «In quei momenti tragici, checché ne dicano gli eroi della sesta giornata, era assolutamente impossibile impedire il trasferimento degli uffici [al Nord]; bisognava, invece, avere pazienza e giocare d’astuzia verso tutti per preservare questo inestimabile patrimonio allo Stato. Era semplice abbandonare l’ufficio per qualche ospitale rifugio, ma qualcuno doveva tentare l’impresa: bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode. Furono, dunque, approntate parecchie migliaia di casse costruite con un ingegnoso sistema che ne consentiva la trasformazione in caselle d’archivio con la semplice asportazione del coperchio; l’immenso materiale fu razionalmente suddiviso per materia, divisione e sezione, e per ordine alfabetico-sillabico, e si procedette al condizionamento dei fascicoli ed alla spedizione con colonne di autotreni. Per dare l’esatta idea della grandiosità del lavoro, bisogna aggiungere che anche tutto il materiale della scuola di polizia scientifica, del casellario centrale d’identificazione (centinaia di migliaia di cartellini segnaletici che richiedevano la più scrupolosa cura nell’imballaggio, perché sarebbe stato quasi impossibile correggere in futuro lo spostamento di uno di essi) e del bollettino delle ricerche prese la via del nord. In breve, negli uffici del Viminale rimasero soltanto i tavoli spogli ed i telefoni».
Non vi è dubbio che Leto salvò un patrimonio di grandissima importanza, che sarebbe andato perduto, come accadde per le decisioni del Commissione della razza che finirono nel nulla.
Gli incontri con Togliatti e Nenni
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Ancora Franzinelli riporta che nel settembre del 1945, dal carcere di Regina Coeli dove era detenuto, Guido Leto fu al centro di contatti particolari con dirigenti comunisti e socialisti: «Il 27 settembre fu prelevato dal carcere da Mario Spallone, medico carcerario e amico di Togliatti, e condotto nella casa degli Spallone in via Appia, dove ebbe un lungo colloquio con il segretario comunista (Togliatti, ndr). Al termine dell’incontro, cenò in un ristorante e poi fu ricondotto in cella». Il 29 settembre per Guido Leto ci fu un nuovo incontro a casa di Nenni di circa un’ora e mezza, dove fu condotto dal vicecommissario Marcello Guida, ex direttore della colonia penale di Ventotene. Cosa si disse in quei colloqui resta un mistero. Comunque Leto è reintegrato nel 1948, e verrà incaricato di riattivare i servizi segreti italiani, terminando la carriera nel 1951 in qualità di direttore tecnico delle scuole di polizia. In seguito si occuperà della catena di alberghi del conte Marzotto.
L’apertura delle casse dell’OVRA
Leto aveva in effetti un’arma potente perché nelle casse dell’Ovra erano presenti anche nomi e attività di personalità dell’antifascismo. Molti nominativi vennero depennati e quelli pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale furono solo seicento. Come Guido Leto, i fascisti, tranne casi isolati, condussero tutti una vita tranquilla nella Repubblica nata dalla Resistenza, dell’Ovra si parlò poco o niente, l’epurazione fu un fallimento, come riconobbe lo stesso Leto nelle sue memorie, i servizi segreti restarono un corpo separato dello Stato spesso inquinati e pericolosamente deviati.
Una situazione complessa le cui cause vanno ricercate anche nella presenza angloamericana che aveva capito la possibilità di utilizzare la vecchia burocrazia fascista in funzione anticomunista. Di fatto l’Italia era un Paese ancora occupato, in bilico tra una recente dittatura e una democrazia ancora incerta, con un destino deciso a Yalta e un trattato di pace tutto da scrivere. In questo contesto drammatico è un miracolo che l’Italia sia diventata una Repubblica con una Costituzione democratica. Che oggi molti cercano di demolire.
Vinicio Ceccarini
Bibliografia
Guido Leto, Zibaldone di polizia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974;
Gianni Flamini, Il partito del golpe: le strategie della tensione e del terrore dal primo centrosinistra organico al sequestro Moro, I. Bovolenta, Bologna, 1981;
Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1984;
Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia: dal fascismo alla seconda Repubblica, Editori Riuniti, 1998;
Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA, Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, 1999, e nuova edizione, 2020;
Rita Di Giovacchino, Il libro nero della prima Repubblica, Fazi Editore, Roma, 2005;
Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Newton Compton, Roma, 2010;
Mimmo Franzinelli, Il fascismo è finito il 25 aprile 1945, Laterza, Bari-Roma, 2022.
Pubblicato mercoledì 26 Febbraio 2025
Stampato il 28/02/2025 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/guido-leto-il-tranquillo-dopoguerra-del-capo-dellovra/