(Imagoeconomica, Carino by AI Leo)

I fatti risalgono al 2021. In Sicilia, a Ragusa, il 29 aprile di quell’anno, in piena pandemia Covid, un gruppo di militanti di CasaPound e di altri movimenti della galassia nera, giunto nel capoluogo da tutta la Provincia e anche dal Siracusano, si riunisce in via Sergio Ramelli per “depositare una corona di fiori in memoria” del diciottenne del Fronte della Gioventù, la formazione politica giovanile del Msi, ucciso a Milano nel 1975. Ma l’Anpi locale vigila e si accorge subito che l’intento va ben oltre «il ricordare un ragazzo vittima degli anni terribili del terrorismo», racconta il presidente provinciale dei partigiani, l’ex senatore Gianni Battaglia.

(Imagoeconomica, Marco Cremonesi)

Presidente Battaglia, come vi siete accorti che l’obiettivo dell’adunata non era un autentico omaggio in memoria di Ramelli?

Sapevamo che da anni in più parti d’Italia in quel giorno si verificano episodi che secondo noi poco hanno a che fare con il ricordo. A Ragusa era la prima volta. In quella occasione, imprudentemente, gli estremisti di destra ne hanno dato notizia sulla stampa e sui social, facendo pure girare un video dove c’era il richiamo “Camerata Sergio Ramelli presente” e il saluto romano, insomma il rito classico fascista. Come poi dissi quando sono stato ascoltato nell’aula giudiziaria, Ramelli è una figura particolare, una povera vittima degli anni del terrorismo, però se si vuol fare davvero una commemorazione si affitta una sala, si va in chiesa, si promuove un convegno, non si organizza una manifestazione pubblica dove vanno in scena esternazioni e gestualità tipiche della propaganda del partito fascista. Dunque strumentalizzando Ramelli. Così, in qualità di presidente Anpi, ho presentato denuncia. Per oltre due anni ci è sembrato tutto fermo, fino a quando abbiamo appreso che il giudice per le indagini preliminari aveva emesso, per violazione della legge Mancino, un decreto penale di condanna nei confronti di tre persone identificate dalla Digos: comminava il pagamento di un’ammenda di 652 euro per ciascuno dei tre imputati. Se non fosse stato presentato ricorso in appello la vicenda si sarebbe chiusa lì, come prevede la procedura di legge. Per noi sarebbe stata comunque una vittoria.

Il presidente provinciale Anpi Ragusa, Gianni Battaglia

E invece?

Il decreto è stato impugnato da due dei tre ritenuti rei e si è andati in tribunale. Nel frattempo era infatti intervenuto il pronunciamento della Cassazione a Sezioni Penali Unite per mettere fine a una annosa questione giuridica e far chiarezza su precedenti sentenze spesso contradditorie. Ricordo, era il gennaio 2024, i commenti di gran parte della stampa e l’esultanza dell’estrema destra. Sembrava che la Suprema Corte avesse sdoganato il saluto romano e il richiamo del presente, mentre al contrario si stabiliva una volta per tutte che quei riti, quando esibiti nel corso di una pubblica manifestazione sono reato in violazione della legge Scelba; si precisava inoltre come in determinate circostanze si dovesse applicare la legge Mancino, punendo appartenenti a movimenti, gruppi o associazioni “aventi tra i propri scopi l’incitamento alla propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica, religiosa”; oppure si potesse verificare anche l’inosservanza, l’infrazione di entrambe le norme. In altre parole, le due leggi non sono concorrenti nè sovrapponibili perché si occupano di reati diversi. Ovviamente è il giudice di merito a valutare ogni specifica situazione. Rammento come il vicepresidente nazionale Anpi, l’avvocato Emilio Ricci, già a caldo, avesse visto giusto: finalmente si distinguevano i saluti romani quali espressione individuale da quelli esibiti in presenza di più persone, potendoli leggere in quest’ultimo caso come ricostituzione del partito fascista. Incredibilmente a fraintendere la decisione del “Palazzaccio” sono stati proprio gli imputati e i loro avvocati. Perciò hanno deciso di ricorre in appello contro il provvedimento di condanna.

Roma, il palazzo della Suprema Corte di Cassazione (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

Come è andato il ricorso?

L’imputato ragusano, presidente dell’associazione Ragusa In Movimento e da circa un anno componente del coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia ha scelto il rito ordinario e il procedimento è ancora aperto, si son tenute alcune udienze e la prossima sarà a giugno. L’altro, aretuseo, ha optato per il giudizio abbreviato. Noi siamo stati ammessi al processo come parte civile e abbiamo sostenuto la sussistenza della violazione della legge Scelba, e non solo della Mancino, come appunto ha stabilito la Cassazione. C’era stata una manifestazione pubblica con la partecipazione, per le regole in tempo di Covid, di troppo nutrite delegazioni da vari territori. E la Questura aveva autorizzato solo un presidio “per depositare una corona di fiori in memoria di Sergio Ramelli” nella strada a lui intitolata. In quella occasione invece si erano esibiti la chiamata del presente, cioè l’Appello fascista inserito nel Dizionario di politica del Pnf edito nel 1940, e il saluto romano, braccio destro teso e mano aperta, anch’esso della stessa matrice. I filmati prodotti dagli inquirenti, diffusi dai social delle organizzazioni partecipanti, mostravano la deposizione di una corona di fiori con la scritta “Ciao Sergio. I Camerati di CasaPound”. Secondo noi si era utilizzata l’occasione del ricordo di un delitto comunque efferato e sicuramente condannabile, per fare propaganda fascista. Come Anpi abbiamo presentato filmati su quella giornata oltre a documentazioni e sentenze che certificavano le nefandezze di CasaPound. L’imputato, rispondendo al nostro avvocato, aveva affermato che saluto romano e “chiamata del presente” ripetuta tre volte fanno parte del rituale delle Tartarughe frecciate a fini commemorativi e di non sapere neppure avessero ascendenze fasciste. Ma poi si è contraddetto quando la giudice gli ha chiesto il motivo per cui lui personalmente avesse voluto ricordare Ramelli, un militante del Fronte della Gioventù. Candidamente, la risposta è stata: “Perché Ramelli era fascista e noi i nostri li commemoriamo”. “Quindi era una celebrazione tra fascisti?”. “Eh sì, io sono fascista”.

Si è praticamente autoaccusato.

E ha fatto pure i nomi di altri commilitoni, ora coinvolti nel processo ordinario. Anche qui siamo stati riconosciuti parte civile.

La sentenza di questo primo processo con rito abbreviato vi ha dato ragione?

Assolutamente sì, e ritengo con un verdetto e una motivazione che faranno giurisprudenza, condannando in base alla Scelba che, in attuazione della XII disposizione della Costituzione, vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Viene citato pure De Gasperi quando, in qualità di Presidente del Consiglio, sottolineò che la norma a firma dell’allora ministro degli Interni tutelava il Paese evitando il risorgere di movimenti rivelatisi nefasti e per questo espressamente proibiti dalla Carta. La giudice argomenta in dettaglio e scrive che non può esserci dubbio alcuno sulla “fisiologica” riconducibilità del saluto romano e della chiamata del presente a quanto prevede e punisce l’articolo 5 della Scelba. Sono riti previsti dagli articoli 3 e 9 del regolamento del partito nazionale fascista ed esibirli in pubblico vuol dire evocare e celebrare quell’ideologia e quel regime.

La bandiera di CasaPound: una tartaruga frecciata (Imagoconomica, Vincenzo Livieri)

Quindi di per sé con il saluto romano il pericolo di riorganizzare il fascismo diviene concreto?

La giudice richiamandosi alla Cassazione ha precisato che l’articolo 5 della Scelba non tutela un “mero ordine pubblico materiale” bensì, in una visione di più ampio respiro e “previdente” protegge “la tavola stessa dei valori costituzionali e democratici fondativi della Repubblica” messa in pericolo da certe manifestazioni, sia esse creino consenso sia una reazione, perché capaci in tutte e due i casi di turbare la pacifica convivenza civile. Proprio una manifestazione pubblica può indurre alla ricostituzione di un partito che è contrario all’assetto costituzionale previsto dalla XII disposizione della Carta del 1948 e nulla ha a che fare con la libera espressione del pensiero salvaguardata dall’articolo 21. Ribadendo infine che la “naturale” identificazione tra il saluto romano e il disciolto partito fascista basta oggettivamente “sempre e comunque” a configurare il reato previsto dalla legge del 1952. L’imputato si è ritrovato così non più solo con un’ammenda in denaro sanzionata con il decreto penale ma con una condanna a due mesi di reclusione e al pagamento di 100 euro di multa con la sospensione condizionale. Per di più in separata sede dovrà risarcire la parte civile, cioè l’Anpi provinciale di Ragusa, e pagare le nostre spese legali, pari a 2.500 euro.

Una delle adunate nere ad Acca Larenzia,che si ripetono ogni 7 gennaio (Imagoeconomica, Benvegnù Guaitoli)

Soddisfatti?

La sentenza del Tribunale di Ragusa credo farà scuola giusprudenziale perché è la prima, o tra le primissime, in assoluto dopo il pronunciamento della Cassazione a Sezioni Penali Unite. E se è stata applicata la Scelba per una manifestazione di una ventina di persone organizzata nella periferia di una città siciliana, figuriamoci per le migliaia din individui che vediamo adunarsi a Roma in via Acca Larenzia. Si è tracciato un prima e un dopo di cui dovranno tenere conto altri giudici. Una vittoria piena per chi crede nei valori democratici.